In un contesto quanto più caratterizzato dall’ascesa dei data center, l’evoluzione dei edge computing può essere di aiuto a ridurre la necessità di trasferire ed elaborare i dati in un data center remoto, diminuendo i tempi di latenza e di attesa. La capacità di elaborare i dati più vicino alla fonte, comportando processi decisionali più rapidi, maggiore sicurezza e risparmi sui costi è un fattore di crescente interesse, anche in termini economici. IDC stima che la spesa globale per l’Edge Computing crescerà del 13,8%, passando da quasi 261 miliardi odierni a 380 miliardi di dollari entro il 2028

Ma è davvero così forte la tendenza a puntare sull’edge? È da considerare in controtendenza rispetto al cloud e alla necessità di allocare dati e decisioni ai data center?

«Credo che la tendenza cui assisteremo vedrà una sinergia tra edge e cloud computing», afferma Patrizio Dazzi, professore al Dipartimento di Informatica dell’Università di Pisa, dove si occupa di Sistemi Distribuiti, Edge e Cloud Computing, e Calcolo ad Alte Prestazioni.

Il valore dell’edge per la sostenibilità

Prima ancora di parlare della evoluzione dell’edge computing, innanzitutto è bene partire dal caratterizzare cosa sia l’edge, anche rispetto al cloud. «Se il cloud è identificabile con l’armadio (rack), è possibile immaginare l’edge computing come un “cloud da borsetta” o da valigetta, a seconda di come preferiamo pensarlo. È un’idea che permette di definire l’edge come un paradigma innovativo rispetto al cloud in quello che è un perenne elastico, da sempre esistente in informatica, tra centralizzazione e decentralizzazione», spiega Dazzi, che è anche co-fondatore e co-direttore del Pervasive Artificial Intelligence Lab, laboratorio congiunto tra CNR e Università di Pisa.

L’edge computing nasce all’interno della comunità del cloud, del calcolo distribuito, e a un certo punto era sembrato ad alcuni osservatori che pareva una soluzione in cerca di un problema più che una soluzione vera e propria. «Con il boom dell’intelligenza artificiale è tornato in auge la questione della sostenibilità, insieme alla sovranità dei dati che – per fortuna – l’Unione Europea si pone. Così l’edge è tornato in auge, avvicinando il calcolo ai dati, evitando i problemi connessi con la gestione del dato».

L’Unione Europea ha messo in risalto da tempo l’importanza dell’edge nella strategia di avvicinare il calcolo ai dati. Nel Digital Decade ha previsto l’implementazione, entro il 2030 di almeno 10mila nodi edge “ad alta sicurezza e a impatto climatico zero”, distribuiti in modo da garantire l’accesso ai servizi dati con bassa latenza, ovunque si trovino le aziende. Il Consiglio Europeo ricorda che, nel 2024, nell’UE sono stati implementati 2.257 nodi edge.

Near e far edge e continuum computazionale

Negli anni è nata la dicotomia near edge e far edge, classificazioni dell’edge computing basate sulla prossimità all’utente o alla fonte dati, che definiscono la vicinanza dell’infrastruttura al punto di generazione dei dati. Il far edge si trova all’estremità (sensori, on-premise), offrendo il punto di contatto più vicino ai dati e la latenza più bassa, mentre il near edge è più vicino al cloud/data center, fungendo da punto di aggregazione regionale.

«Lungo questo percorso, che talvolta si riferisce come il continuum computazionale, è importante sfruttare nel modo più adeguato le risorse di calcolo disponibili – spiega ancora il docente –. Nel cloud ormai stiamo assistendo da anni alla standardizzazione dei modelli e degli strumenti di programmazione. L’edge è ancora un terreno fertile per fare sviluppo e innovazione. Quindi, poter programmare questi dispositivi, molto spesso eterogenei, può essere una chiave di volta per contare su sostenibilità ed efficienza anche energetica, valori che l’Europa ogni tanto richiama a osservare».

Edge computing e la necessaria sinergia col cloud

A proposito delle esigenze industriali, quanto le imprese dovrebbero puntare all’edge computing piuttosto che al cloud e ai data center? «Ci sono sensibilità diverse che derivano da prospettive diverse. Siamo “inondati” da un forte supporto commerciale per quello che riguarda il cloud tradizionale, con soluzioni ingegnerizzate ottimamente confezionate, che permettono anche a programmatori non esperti in quel dominio di accedere a un cloud, imparare rapidamente i modelli di programmazione e utilizzare capacità molto avanzate. Tuttavia, il cloud è per sua stessa definizione remoto. A fronte di un’interruzione della connettività, non è possibile avere accesso, con i problemi conseguenti di inattività. Quindi, è auspicabile che alcuni processi critici più legati alla produzione e analisi di dati, maggiormente sensibili a requisiti di tolleranza ai fallimenti e guasti, siano localizzati in azienda, avvalendosi del cloud per tutto ciò che ha una priorità e una criticità leggermente inferiori. Per questo sono dell’opinione che si debba puntare su una sinergia tra mondo edge e cloud».

L’unione virtuosa tra edge e AI

A proposito dell’evoluzione dell’edge computing, l’intelligenza artificiale e il suo uso congiunto con l’edge computing – sempre secondo il docente ed esperto – può fornire un vantaggio competitivo nella resa più intelligente di dispositivi che però abbiano anche la capacità di essere condotti da risorse localizzate. «Di recente, stiamo lavorando alla agentificazione dei processi di AI, lavorando sul modo in cui questi agenti AI diventano indipendenti. Spesso, essi dipendono in tutto e per tutto da grossi data center remoti. Seppure la localizzazione e la capacità di invocare strumenti è locale, gli agenti di per sé sono in esecuzione o comunque si avvalgono di strumenti remoti. Il passo ulteriore, che la ricerca sta affrontando, è rendere questi AI Agent elementi autonomi, senza coinvolgere cloud e data center remoti a ogni passo. Anche in tal senso credo che l’edge farà la differenza, oltre che tutti gli aspetti di domotica avanzati che ci troveremo dinanzi nei prossimi anni».

In che direzione andrà l’evoluzione dell’edge computing

Un elemento caratterizzante l’evoluzione dell’edge computing sarà il decentramento. «Ancora oggi sono in molti a considerare l’edge come la “borsetta” da me accennata all’inizio, ovvero un mini surrogato locale del cloud da usare in scenari specifici emergenziali temporanei. Il passo ulteriore è, a mio avviso, il decentramento delle attività, cosicché alcune siano a esclusivo appannaggio dell’edge computing. Quindi non sarà una propaggine locale che si utilizza sporadicamente, ma diventerà una componente fondamentale di un ecosistema più complesso di cui saranno parte integrante questi dispositivi locali, programmati in modo specifico».

Un’altra caratteristica evolutiva dominante è l’eterogeneità. «In un mondo che per decenni ha vissuto l’omologazione totale delle architetture hardware e software, abbiamo assistito al boom delle capacità delle GPU, parte integrante del training dell’AI. Oggi, assistiamo a un profluvio di hardware di vario tipo (NPU, FPGA, TPU…) con vari acceleratori, ognuno calibrato su specifiche necessità. Anche in questo caso l’edge computing dovrà sicuramente fare i conti. L’evoluzione dell’edge in atto dovrà prevedere anche la congiunzione con l’intelligenza artificiale e col 6G che sarà a sua volta decentrato, andando a lavorare in modo sinergico con questi sistemi di connettività innovativi e avanzati, come un’entità che nella mutua cooperazione con altre a sé più prossime potrà risolvere compiti e problemi», conclude Dazzi.

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