Per anni la sostenibilità IT è stata raccontata come un tema di data center e consumi energetici. Nel 2026 il baricentro si sposta su un terreno molto più vicino al canale: l’hardware e il suo intero ciclo di vita. L’economia circolare — riuso, ricondizionamento, riparazione e recupero dei materiali — sta passando dalla fase sperimentale all’adozione mainstream, spinta da tre forze che convergono proprio quest’anno: nuove regole europee, obblighi di rendicontazione ESG e un mercato dell’hardware nuovo reso più caro dalla crisi delle memorie.

Partiamo dai numeri, perché è qui che la circolarità smette di essere uno slogan. Secondo il Global E-waste Monitor 2024 delle Nazioni Unite (ITU/UNITAR), nel 2022 il mondo ha prodotto 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, in crescita dell‘82% rispetto al 2010, e solo circa il 22% viene raccolto e riciclato attraverso canali formali. È il flusso di rifiuti che cresce più velocemente al mondo. Allo stesso tempo, gran parte di quell’hardware conserva valore: metalli preziosi e terre rare, moduli di memoria, alimentatori e sottosistemi ancora perfettamente funzionanti che oggi vengono persi.

Il vantaggio economico del ricondizionato è concreto

Le analisi di ciclo di vita (ad esempio quelle del Fraunhofer IZM) indicano che la fase di produzione pesa per il 70-80% dell’impronta di carbonio totale di un notebook: estendere la vita utile di un dispositivo di 3-5 anni evita di ripetere quell’impronta. Un portatile enterprise ricondizionato e certificato può ridurre la CO₂ incorporata del 60-80% rispetto al nuovo, con risparmi di costo dello stesso ordine di grandezza. Un dato reso ancora più rilevante dal cosiddetto “caro-DDR5”: la corsa dei prezzi delle memorie ha spinto molti nuovi laptop aziendali oltre i 1.100 dollari, rendendo il pre-owned certificato una scelta che mette d’accordo CFO e responsabili della sostenibilità.

Sul fronte normativo, l’Europa ha alzato l’asticella

La Direttiva UE sul Diritto alla Riparazione (Right to Repair, Direttiva (UE) 2024/1799) si applica dal 31 luglio 2026 e obbliga i produttori a riparare i prodotti tecnicamente riparabili a un prezzo ragionevole, a rendere disponibili pezzi di ricambio e informazioni, e a estendere di almeno 12 mesi la garanzia legale quando il consumatore sceglie la riparazione. Si affianca all’Ecodesign for Sustainable Products Regulation e alla direttiva WEEE sulla raccolta dei RAEE. In parallelo, la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) porta migliaia di aziende a rendicontare le emissioni Scope 3 — inclusi i “beni strumentali” come l’hardware IT — con i primi report attesi nel 2026. Tradotto: l’acquisto e lo smaltimento dei dispositivi diventano voci misurabili e certificabili in bilancio, non più gesti volontari.

Anche i grandi vendor stanno riscrivendo il ciclo di vita dell’hardware, con un approccio che è opportunamente multi-vendor. Microsoft, con i suoi “Circular Centers”, dichiara tassi di riuso e riciclo dei componenti dei server superiori al 90%; insieme a Western Digital ha dimostrato un processo di recupero delle terre rare (neodimio, disprosio) dai dischi dismessi con rese fino al 90% e senza acidi aggressivi. Dell, HP e Lenovo offrono da tempo programmi di asset recovery, take-back e linee certificate di prodotti ricondizionati. Il messaggio è chiaro: la circolarità non è più un’iniziativa di CSR relegata a fine roadmap, ma parte integrante dell’architettura industriale del settore.

si apre UNA opportunità interessante per il canale

Per reseller, MSP e system integrator la circolarità non è un costo di compliance, ma una nuova linea di ricavo ricorrente. Vendere hardware ricondizionato certificato con margini interessanti; offrire servizi ITAD (IT Asset Disposition) con cancellazione sicura dei dati certificata; proporre modelli Device- e Product-as-a-Service con take-back a fine contratto; e — sempre più richiesto — affiancare i clienti nella rendicontazione Scope 3, trasformando i dati di dismissione in metriche pronte per il report ESG. Sono servizi ad alto valore, difendibili e “appiccicosi”, che aumentano la retention e differenziano l’offerta nelle gare dove i criteri ambientali pesano ormai il 10-20% del punteggio.

Come partire, in pratica? Con un percorso iterativo e misurabile: un assessment del parco installato e dei processi di dismissione; l’integrazione tra ITAM e ITAD per tracciare ogni asset dal collaudo al fine vita; la scelta di fornitori con certificazioni riconosciute per il wiping dei dati e il recupero materiali; e infine un modello di reporting che colleghi riuso e riciclo alle emissioni evitate. Un’avvertenza è d’obbligo: attenzione al greenwashing. I certificati di energia rinnovabile (REC) e le dichiarazioni non verificabili non bastano — servono numeri auditabili e catena di custodia dei dispositivi, soprattutto per l’hardware che contiene dati sensibili.

La direzione è tracciata

Nel 2026 l’economia circolare nell’IT non è più un tema “verde” da relegare in fondo alla roadmap: è al tempo stesso leva di margine, strumento di compliance e fattore di differenziazione competitiva. Per il canale che saprà industrializzarla per primo — con servizi strutturati, certificazioni e dati verificabili — sarà uno dei pochi terreni in cui sostenibilità e redditività crescono nella stessa direzione.

Nota sulle fonti – Alcuni valori su domanda energetica, PPA nucleari e capacità sono stime o proiezioni basate su report e roadmap future e sono indicati come tali. Dati di prezzo e di risparmio possono variare per configurazione e mercato.

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